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Capitolo diciassettesimo
Conclusioni



17.1 Tecnologie

L’uso delle tecnologie, pur se non in modo massiccio, è entrato nelle pratiche quotidiane scolastiche e anche in quelle del tempo libero extra-scolastico e nel mondo lavorativo. Tutto ciò rimanda a una forte domanda di saperi, non solo pedagogici, per darne giusto e corretto significato negli ambiti dove il loro utilizzo si incrocia con l’identità sociale e con quella individuale. Si assiste a una sempre maggiore loro trasparenza che estende il corpo e la mente degli individui creando un sistema unico di gestione del proprio vivere; sono strumenti con i quali si dialoga per mediare il proprio rapporto con il mondo. Sono delle nostre protesi che utilizziamo a mo’ di una nostra estensione, a volte in modo inconsapevole e perfettamente integrate (cellulari, smartphone, tablet), altre volte indossandole per coniugare
noi stessi a mondi nuovi, dilatati, che delineano una mixed area dove il reale si mischia con il virtuale (ad esempio gli occhiali per la realtà aumentata: indossandoli, a segmenti della realtà si sommano segmenti virtuali aumentando il significato di quella reale; è possibile fruire la realtà aumentata anche attraverso pc, smartphone e tablet).
Il mondo del web, attraverso le applicazioni del cosiddetto web 2.0, asseconda questa linea di trasparenza cercando di creare ambienti sempre più amichevoli che sono liberi, aperti a relazioni comunicative, collaborative. Attraverso essi è possibile creare dei luoghi per la formazione ufficiale (accademica, scolastica, professionale) e ciascuno può creare propri spazi per una autoformazione (PLE: Personal Learning Environment). Oggi si assiste al fenomeno dei MOOC (Massive Open Online Course). Sono dei corsi online aperti, pensati per una formazione in rete che coinvolga un numero elevato di utenti.
I partecipanti provengono da varie aree geografiche nei diversi continenti e accedono ai contenuti unicamente via web. La filosofia dei MOOC prevede che ci siano dei canovacci di programma proposti e degli spunti di discussione per ciascun segmento del programma, poi ciascuno, facendo riferimento anche ai propri spazi personali (blog, wiki, …), che può incamerare nell’ambiente, costruisce conoscenza collaborando con gli altri. Inoltre, si sta delineando una nuova forma di web, chiamata web 3.0, tuttavia non ben definibile, che riassume ed estende tutto l’esistente nel web con insieme altre applicazioni che vivono nelle rete (web semantico, mondi virtuali, realtà aumentata, web potenziato).  Si assiste, anche, a una nuova domanda (in effetti già esistente nel passato e che ha seguitato a vivere in realtà di nicchia) riferita ad un uso autonomo delle tecnologie (Alessandri G., 2013). Il significato è ampio:

• significa studio della struttura delle stesse; le tecnologie portano con loro della conoscenza che è quella che le ha prodotte e, inoltre, non nascono per caso ma sono frutto di congiunture che hanno permesso la loro comparsa; pedagogicamente tale approccio fa capire che non esiste magia in esse e permette un uso che non si limiti all’interfaccia, ma che penetri più a fondo;

• significa costruire degli artefatti (applicazioni) con esse; ci si riferisce all’uso del computer con la programmazione (il coding); si riconosce la valenza formativa della progettazione e della realizzazione di programmi; esistono strumenti che facilitano questi processi permettendo la creazione di animazioni, storie, micromondi, simulazioni, …;

• significa costruire dei robot e poi farli “vivere” nell’ambiente; qui la valenza è duplice: riguarda l’aspetto della costruzione fisica del dispositivo (non a livello elettronico) e del programma che lo faccia muovere utilizzando un approccio fortemente connesso all’esperienza. Sono affrontate situazioni collegate al problema della gestione dello spazio, del corpo del robot nello spazio, dell’interazione fra corpo e mondo;


• significa costruire applicazioni che guidino i robot via web.


In questo seconda prospettiva, si predica che le tecnologie da trasparenti, come sono diventate, tornino ad essere sempre più visibili. Inoltre occorre riflettere su un nuovo significato di digital divide: non è più riferibile a una diversa possibilità di accesso alle tecnologie, ma a diversi livelli di competenze sull’uso delle stesse. Sempre più ci si orienta verso la trasparenza delle tecnologie e ci si interessa solamente dell’interfaccia che permette di usarle a scatola chiusa. La scuola, che dovrebbe abbattere le differenze, finisce per perpetuare un digital divide competenziale in quanto troppo spesso si limita a proporre un loro uso inconsapevole e superficiale, prediligendo approcci poco orientati alla costruzione con esse e delegando solo a percorsi specialistici una formazione in questo settore. Tutto ciò poi comporterà che le scelte, verso le quali una società si orienta sul versante delle tecnologie, saranno sempre più dettate da ristretti gruppi. Occorrerebbe, quindi, creare una soglia minima di preparazione, estesa a tutti, affinché si possa generare una stabile massa critica che possa orientare gli sviluppi nel settore. In definitiva alla pedagogia, che ha come compito quello di osservare il reale, di prevedere possibili sviluppi e di suggerire soluzioni educative, si pone una domanda: deve educare a un uso trasparente delle tecnologie, oppure deve rieducare a un loro vero significato attraverso percorsi che conducano verso una loro appropriazione storica, culturale, e verso aspetti formativi collegati alla riscoperta degli aspetti computazionali (il coding)? Infine, in tutti i settori lavorativi, esiste una massiccia presenza di tecnologie e ciò richiede agli addetti (e fra questi gli insegnanti) di appropriarsene, ricostruendo o rimodellando continuamente le loro competenze; ciò potrà essere fatto in maniera sempre meno “traumatica” se, a livello scolare, si sia provveduto alla formazione di una mentalità flessibile e aperta alla necessità che la propria mansione lavorativa futura dovrà vivere a contatto con un continuo sviluppo tecnologico.